IL CREPUSCOLO DELL'OCCIDENTE

Pubblicato il 15 ottobre 2026 alle ore 18:32

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Il blocco dello Stretto di Hormuz avrà agito da rivelatore, nel senso chimico del termine, dello sconvolgimento geopolitico ed economico in atto su scala mondiale, analizza l’economista algerino Idriss Hadj Nacer per «Twala». Dopo l’attuale fase di disgregazione e ricomposizione, il nuovo assetto avrà i suoi vinti e i suoi vincitori.

Il blocco dello Stretto di Hormuz avrà agito da rivelatore, nel senso chimico del termine, dello sconvolgimento geopolitico ed economico in atto su scala mondiale, analizza l’economista algerino Idriss Hadj Nacer per «Twala». Dopo l’attuale fase di disgregazione e ricomposizione, il nuovo assetto avrà i suoi vinti e i suoi vincitori.

Il vecchio mondo, vecchio di cinque secoli, è in agonia. Non sta attraversando una semplice crisi: si sta disgregando, incagliato in uno stretto di 55 chilometri. È l’intera scacchiera a essere ridisegnata, con regole diverse e forse persino nuovi giocatori.

La prima tempesta ha già colpito. Hormuz è bloccato. Venti milioni di barili [di greggio] restano intrappolati ogni giorno nelle stive e nei terminal. Il gas liquefatto è immobilizzato dietro un muro di missili. Presto i pozzi emetteranno i loro primi rantoli d’agonia. Domani torneranno a funzionare, ma indeboliti, incapaci di produrre ciò che fino a ieri sgorgava con naturalezza. Eppure il cuore del dramma è altrove. Le carenze sono già cominciate: ancora discrete, ma già in corso. I vasi sanguigni dell’economia mondiale si restringono. Quando circola meno, prima o poi cambia ciò che si produce, ciò che si mangia, il modo in cui ci si finanzia e quello in cui si governa.

LE FONDAMENTA DEL MONDO INDUSTRIALE SI INCRINANO

La seconda tempesta sta già arrivando. Non odora di greggio. Colpisce la materia invisibile della civiltà basata sui combustibili fossili: la nafta, lo zolfo, l’etilene, il propilene, il benzene, l’ammoniaca e persino l’elio necessario ai nostri chip elettronici. Questi prodotti intermedi smettono allora di essere semplici variabili tecniche. Tornano a essere ciò che sono sempre stati: le condizioni materiali del mondo moderno. Quando vengono a mancare, si incrinano le fondamenta meno visibili del mondo industriale.

La terza tempesta raggiunge lo scheletro minerale dell’economia mondiale. I metalli hanno bisogno di energia, ma anche di chimica. Senza acidi, lisciviazione e reagenti, il rame, il litio, il nichel, il cobalto, l’alluminio e l’acciaio restano prigionieri della loro ganga. L’impalcatura minerale rimane inerte, in attesa che tornino l’energia, la chimica e le vie di trasporto capaci di trasformare le risorse ancora inutilizzate in potenza industriale. Anche la transizione energetica scopre così di dipendere dal vecchio mondo che pretende di sostituire.

 

La quarta tempesta è quella dell’impotenza meccanica. Fabbriche, fonderie, catene di montaggio e logistica: i muscoli del corpo si indeboliranno. Senza petrolio e gas per alimentare i macchinari e i trasporti, senza prodotti petrolchimici per i componenti e senza metalli per cavi e strutture, le fabbriche rallenteranno e alcune finiranno per fermarsi. La disoccupazione si diffonderà a macchie: prima nei settori più esposti, poi anche nei comparti che sembravano al riparo. Nessuno sa ancora se il corpo industriale riuscirà a guarire o se resterà a lungo indebolito.

La quinta tempesta, più silenziosa e più lenta, soffierà sulle nostre tavole. Senza zolfo e senza urea, gli impianti di fertilizzanti tossiranno e poi taceranno. Il contadino prega. Le lacrime aride della disperazione non potranno irrigare i campi. Seminerà meno, oppure seminerà in modo diverso. Nelle terre fertili, le carenze saranno un inconveniente. Nei Paesi più prosperi, il cibo costerà di più e, talvolta, gli scaffali si svuoteranno. Ma altrove, dove i suoli sono poveri e gli Stati fragili, la carestia provocherà devastazioni e il sistema digestivo del pianeta si ammalerà di cancrena.

-La sesta tempesta si propagherà come un incendio. Avrà l’odore della carta bruciata. I debiti sovrani, gonfiati da anni di denaro facile, cederanno sotto il peso dei tassi d’interesse e dei bilanci di guerra. Le bolle, da quella dell’intelligenza artificiale a quella del credito privato, smetteranno di fare da schermo al mondo materiale da cui dipendevano. Il mercato delle assicurazioni, duramente provato dalla crisi di Hormuz, è già in bilico e rischia di capovolgersi. Il carry trade yen-dollaro [operazione che sfrutta le differenze dei tassi d’interesse sul mercato dei cambi], questa scommessa silenziosa da migliaia di miliardi, verrà smontato nel panico. Anche il sistema nervoso finanziario finirà per sregolarsi. Privato del coordinamento, il corpo economico perderà la capacità di trasmettere fiducia.

L’EMERGERE DI NUOVE ALLEANZE

Una volta gravemente indebolito il corpo economico, la settima tempesta comincerà a ridisegnare la scacchiera. Inaugurerà l’era dei grandi sconvolgimenti. Quando il pane scarseggia e l’ordine vacilla, ai dannati della terra resteranno soltanto due possibilità: affidarsi al mektoub [«destino»] oppure mettersi in cammino. Ogni nazione, febbricitante, reagirà secondo i propri istinti: rivoluzioni improvvise, migrazioni di massa, ripiegamenti identitari. Il contagio raggiungerà persino alcune aree che si ritenevano sane e immunizzate. Si sta già affermando un nazionalismo dei flussi: sempre più Stati preferiscono lasciare le proprie ricchezze chiuse nella cassaforte della terra, anziché affidarsi ai mercati per farle fruttare.

Dopo la settima tempesta, quelle successive sveleranno le regole della nuova partita di kharbga [gioco di strategia tradizionale nordafricano, in cui due giocatori si affrontano su una scacchiera]. L’ottava definirà le mosse consentite: corridoi terrestri e marittimi entreranno in concorrenza per gli stessi flussi vitali.

nona deciderà in modo ancora più netto: resteranno in gioco soltanto i Paesi capaci di garantire la sicurezza dell’energia, dell’acqua e dei minerali; gli altri, che ieri erano considerati vincitori, avranno già perso le proprie pedine. La decima tempesta sancirà il nuovo ordine: alleanze fondate meno sui trattati militari e più su corridoi condivisi, costruiti su interdipendenze concrete. Domani, l’alleanza decisiva potrebbe non essere quella che promette di difendere una capitale, ma quella che garantisce un porto, una miniera, una falda acquifera, un cavo, una fabbrica o una strada. Arriveranno infine gli ultimi minuti della partita: apparentemente i più lenti, ma anche i più avvincenti, perché saranno una lotta per l’anima del mondo che verrà. La generazione nata dopo la guerra giocherà già su una scacchiera diversa dalla nostra. Ma i giocatori continueranno a contendersi la sua visione del mondo. Con l’undicesima tempesta si affermerà un nuovo spirito: non alimentato dalla nostalgia, ma plasmato dalla stabilità, dall’energia, dall’acqua, dai minerali e dal territorio. La «crisi di Hormuz» risuonerà come la «caduta del Muro di Berlino». Non perché avrà distrutto tutto, ma perché avrà reso visibile ciò che già si muoveva sotto la superficie. NUOVI GIOCATORI SU UNA SCACCHIERA RIDISEGNATA. Poi, finalmente, le tempeste si placheranno. La nuova scacchiera apparirà a tutti: sarà probabilmente più regionale, più resiliente, meno ottimista, ma più solida. Se nessuno può prevedere il futuro, una cosa è certa: queste tempeste non passeranno da sole. Non si tratta di una perturbazione passeggera. Le infrastrutture distrutte non si ricostruiscono in pochi mesi, ma in anni. Gli assicuratori hanno già voltato pagina: premi di guerra, esclusioni e rotte di transito autorizzate da Teheran stanno ridisegnando la geografia del rischio. Decisioni apparentemente tecniche rivelano la durata di questo cambiamento: l’uscita degli Emirati dall’OPEC agisce come un terremoto silenzioso, spezza la disciplina delle quote e chiude la porta al precedente ordine petrolifero. L’Iran non potrà ricostruire senza contenere l’ondata emiratina. In questo contesto, è poco probabile che lo Stretto ritrovi gli equilibri di un tempo. Ma chi sono i giocatori già impegnati nella lotta per l’anima del mondo che verrà? Da un lato ci sono gli imperi-spada, talassocrazie nate dal mare. Non chiedono: prendono. La loro potenza è navale, logistica e finanziaria. Dalla caduta di Cordova e dalla conquista delle Americhe, cinque secoli fa, dominano la scacchiera. Dall’altro lato ci sono le civiltà-spugna, tellurocrazie continentali che un tempo dominavano incontrastate le terre. La loro forza di attrazione integra i vicini nella propria orbita, a volte senza sparare un solo colpo. Da qualche tempo hanno capovolto la scacchiera, costruendo ferrovie, strade e porti. Le prime controllavano i passaggi. Le seconde oggi costruiscono continuità.

Ogni tempesta strappa una certezza al vecchio mondo, ma lascia anche una promessa nelle mani dei giocatori esperti. La tempesta dell’energia ci impone di superare la ricerca del guadagno immediato e di fondare la nostra forza sull’affidabilità e sulla parola data. Quella della petrolchimica ci chiede di accelerare senza esitazioni i piani in corso e di avviarne di nuovi insieme ai nostri alleati. Quella dei minerali spinge a cercare più lontano e a risvegliare ciò che ancora giace sotto i nostri piedi. Quella dell’industria invita a trasformare i nostri punti di forza in filiere produttive: l’elio per i semiconduttori, il fosfato per i fertilizzanti, il litio per le batterie, il gas per la trasformazione locale. Quella dell’agricoltura e dell’acqua impone un salto di qualità nei fertilizzanti e ci mette di fronte alle nostre sfide geologiche.
Solo le ultime tempeste, quelle silenziose, designeranno i vincitori. Le regole non sono ancora state definite, né si sa quanti giocatori saranno ammessi alla partita.