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Goldman Sachs ha appena ammesso che la parte a lunga scadenza del mercato dei titoli del Tesoro USA è " quasi del tutto priva di domanda" (bidless), il che significa che quasi nessuno vuole i titoli di debito a 10-30 anni che gli Stati Uniti stanno cercando di collocare sul mercato.
Nel linguaggio dei mercati bidless non significa letteralmente un' assenza totale di compratori ma una una domanda estremamente debole, rispetto alla pressione di vendita di colui che sta cercando di piazzare i titoli del debito.
Ed è qui che emerge il vero problema, il rendimento del Treasury decennale si è spinto intorno al 5,3%, su livelli che non si vedevano da oltre vent'anni, mentre quello a 30 anni è salito ancora più in alt; le aste continuano a essere coperte — a settembre il rapporto tra offerte e titoli assegnati è stato circa 2,71 sul 10 anni e 2,61 sul 30 anni — ma il mercato pretende rendimenti molto elevati per assorbire il debito americano, é questo lo scotto che il Tesoro Usa deve pagare, per ovviare al problema della domanda bassa
Lo stesso Tesoro che, nel frattempo ha ampliato significativamente il programma di riacquisto dei vecchi titoli a lunga scadenza, portando il limite di alcune operazioni da 2 fino a 6 miliardi di dollari, ufficialmente anche con l'obiettivo di migliorare la liquidità del mercato.
Il punto centrale è quindi semplice: Washington riesce ancora a finanziarsi, ma il costo richiesto dal mercato sta diventando molto più pesante.
Con un debito pubblico gigantesco (oltre 40.000 miliardi di dollari), rendimenti superiori al 5% sulle lunghe scadenze si traducono progressivamente in maggiori spese per interessi (1200 mld di esborso nel 2026) che si trasmettono all'intero sistema finanziario, attraverso mutui, credito alle imprese, mercati azionari e costo del capitale.
A questo si aggiunge il fattore Giappone, tradizionalmente uno dei maggiori detentori stranieri del debito americano. Un rimpatrio significativo dei capitali giapponesi investiti negli Stati Uniti potrebbe esercitare ulteriore pressione sul mercato ed é per questo motivo che le autorità finanziarie americane si sono impegnate nella difesa dello yen, per evitare proprio il rischio di vendite delle attività in dollari da parte del Ministero delle Finanze nipponico.
Ed è proprio qui che la situazione finanziaria americana si intreccia, paradossalmente, con la guerra contro l'Iran: se, in teoria, le difficoltà finanziarie dovrebbero aumentare l'interesse degli Stati Uniti a terminare rapidamente il conflitto che mantiene elevati i prezzi dell'energia, alimenta l'inflazione e i rendimenti dei titoli di debito, l'amministrazione statunitense sembra voler sposare una logica opposta.
Dopo mesi di guerra e dopo aver sostenuto costi economici, politici e militari considerevoli, per Washington potrebbe diventare sempre più difficile uscire dal conflitto senza un risultato che possa essere presentato come una vittoria, una conclusione percepita come uno stallo potrebbe infatti avere conseguenze che vanno ben oltre l'Iran, smascherando definitivamente l'incapacità degli Stati Uniti di mantenere la propria egemonia militare, economica e finanziaria internazionale.
Si crea quindi un autentico paradosso, più la guerra pesa sull'economia americana, maggiore dovrebbe essere l'incentivo a terminarla; ma più aumentano i costi già sostenuti, maggiore potrebbe diventare anche la pressione politica e strategica per ottenere un risultato che Washington possa presentare come una vittoria, sia nei confronti degli (ex?) alleati sia agli occhi dei competitor del presente e del futuro, Cina, Russia e tutto il Sud globale.
Ecco quindi il circolo vizioso che alimenta una matassa realmente difficile da sdipanare,
la guerra contribuisce alle tensioni economiche e finanziarie, mentre il costo geopolitico di uscirne senza una vittoria, potrebbe rendere ancora più difficile interromperla.
La vera domanda diventa allora più ampia: quanto a lungo Washington potrà sostenere contemporaneamente un debito sempre più costoso e una guerra sempre più onerosa, mentre i due elementi si stanno alimentando reciprocamente?