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Ci sono parole che descrivono un’azione e parole che pretendono di definire per sempre un uomo e la causa per la quale ha combattuto.
“Terrorista” appartiene spesso alla seconda categoria.
La storia delle guerre anticoloniali dimostra però che il giudizio consegnato ai posteri è quasi sempre più complesso di quello formulato mentre le armi stanno ancora sparando e l’esempio dell’Algeria è particolarmente significativo.
Larbi Ben M’Hidi fu uno dei principali dirigenti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino e uno degli organizzatori della battaglia di Algeri contro l'occupante coloniale francese, il FLN combatté una guerra di liberazione contro la Francia utilizzando la guerriglia e le azioni contro le forze coloniali, ma ricorse anche al terrorismo, con attentati che provocarono vittime tra i civili, si tratta di fatti storici ormai assodati e riconosciuti da tutti.
Riconoscere l’utilizzo del terrorismo significa descrivere determinati mezzi impiegati durante quella guerra ma é cosa diversa dal sostenere che la parola “terrorista” possa spiegare nella sua interezza la figura di Ben M’Hidi, l' FLN e la guerra d’indipendenza algerina.
Ben M’Hidi rimase in Algeria e continuò a dirigere la lotta clandestina, quando venne catturato dai paracadutisti francesi nel febbraio 1957, venne torturato successivamente ucciso, mentre si trovava appunto nelle mani dei militari francesi. Per decenni la sua morte fu presentata ufficialmente come suicidio, oggi la responsabilità francese nella sua uccisione è stata riconosciuta dallo stesso presidente Emmanuel Macron.
La storia ha dunque riconosciuto le responsabilità del FLN, ma ha cambiato la prospettiva dalla quale interpreta quella guerra ed é in questo contesto che rimane la celebre risposta attribuita a Ben M’Hidi ,davanti alla contestazione sull’impiego delle bombe nascoste nei cestini:
“Dateci i vostri carri armati e i vostri aerei, e noi vi daremo i nostri cestini.”
Una frase terribile nella sua semplicità, perché rappresenta l’asimmetria che caratterizza molte guerre coloniali e di liberazione: da una parte un esercito regolare, l’aviazione, i mezzi corazzati e l’apparato di uno Stato; dall’altra un’organizzazione clandestina che combatte con mezzi enormemente inferiori e utilizza ciò che ha a disposizione per rispondere alle violenze dell'occupante
Comprendere questa asimmetria non significa affermare che qualsiasi mezzo diventi legittimo, i civili rimangono civili e colpirli deliberatamente non diventa lecito perché chi lo fa dispone di armi inferiori ma la motivazione dell'atto terroristico non é mai fine a se stessa in una guerra di liberazione e il giudizio storico NON può essere formulata, in assenza della necessaria contestualizzazione.
SINWAR E LA SCELTA DI RESTARE A GAZA
È qui che la figura di Yahya Sinwar assume una dimensione che probabilmente peserà anche sul modo in cui verrà ricordato.
Dopo avere passato 22 anni nelle carceri israeliane, Sinwar non se ne andò da Gaza e, sottoposta ad uno dei più brutali massacri che la Storia contemporanea ricordi; dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, di cui Sinwar fu uno degli artefici,
Per oltre un anno Israele gli diede la caccia e quando alla fine venne trovato, non era in Qatar, in Iran o protetto in qualche capitale straniera, era ancora nella Striscia di Gaza.
Il 16 ottobre 2024 i soldati israeliani lo incontrarono nell’area di Tal al-Sultan, a Rafah, senza inizialmente sapere che l’uomo contro cui stavano combattendo fosse proprio il capo di Hamas.
Sinwar rimase ferito e si rifugiò in un edificio, il drone israeliano inviato all’interno lo riprese seduto tra le macerie, gravemente ferito.
Nelle immagini diffuse dall’esercito israeliano lo si vede lanciare un oggetto verso il drone. Poco dopo venne ucciso e già nelle ore successive alla sua morte i palestinesi celebravano la sua fine come quella di un capo morto combattendo e rimasto sul terreno insieme ai propri uomini.
La storia non ricorda necessariamente un dirigente di una lotta armata soltanto attraverso l’elenco delle operazioni di cui è stato responsabile, ciò che pesa é anche il rapporto che egli ha avuto con il destino dei combattenti e della popolazione in mezzo alla quale é nato, cresciuto e per la quale si é battuto fino alla fine
IL CAPO CHE CONDIVIDE IL RISCHIO DEI COMBATTENTI
Da questo punto di vista esiste un elemento che permette un confronto – senza sovrapporre storie anche differenti – con alcune figure delle lotte anticoloniali e, più recentemente, con dirigenti e comandanti di Hezbollah, dei Pasdaran iraniani e del movimento yemenita Ansarallah.
È l’idea secondo la quale chi dirige un movimento armato deve essere disposto a condividerne personalmente il rischio e a vivere il proprio "sacrificio" fino in fondo,
proprio come la guerra algerina che conobbe dirigenti clandestini arrestati, torturati e uccisi. Ben M’Hidi ne è diventato uno dei simboli.
Nelle guerre più recenti Israele ha a sua volta eliminato numerosi dirigenti e comandanti di Hamas e Hezbollah, anche diversi alti ufficiali dei Pasdaran iraniani sono stati assassinati durante operazioni militari oppure mediante vere e proprie opera<zioni di terrorismo internazionale, compiute dallo stato sionista e dai suoi sponsor statunitensi.
Algeria, Palestina, Libano, Yemen ed Iran appartengono a epoche, ordinamenti politici e conflitti differenti. FLN, Hamas, Hezbollah, Corpo delle Guardie della Rivoluzione non sono organizzazioni sovrapponibili e non avrebbe senso trasformarle in un’unica categoria ma
esiste però un elemento che i loro sostenitori utilizzano nella costruzione della memoria dei propri caduti: la presenza personale dei dirigenti nel teatro dello scontro e la loro esposizione allo stesso rischio dei combattenti che comandano.
Nel caso di Sinwar questa componente è particolarmente evidente proprio per il modo in cui è caduto.
Israele voleva mostrare quelle immagini come prova definitiva dell’eliminazione del principale responsabile del 7 ottobre. Ma un’immagine non appartiene necessariamente, nel tempo, al significato che voleva attribuirle chi l’ha diffusa.
Per una parte dei palestinesi quelle stesse immagini sono diventate immediatamente qualcosa di diverso: il capo di Hamas che, dopo un anno di guerra, era ancora dentro Gaza e moriva sul terreno dello scontro.
È precisamente così che nascono le memorie contrapposte delle guerre.
CHI È TERRORISTA E CHI È COMBATTENTE?
La domanda non può essere risolta semplicemente sostituendo un’etichetta con un’altra. Un movimento di liberazione può compiere atti terroristici, un esercito regolare può commettere crimini di guerra, un combattente può essere contemporaneamente responsabile di azioni contro civili e protagonista di una lotta nazionale, si tratta di piani differenti che la Storia deve riuscire a tenere insieme.
Nel 1957 la Francia aveva sconfitto militarmente la struttura clandestina del FLN ad Algeri e Ben M’Hidi era morto nelle mani dei francesi, ma cinque anni dopo l’Algeria era indipendente.
Oggi nessuna seria ricostruzione della guerra algerina può ridurre quella vicenda a uno scontro fra uno Stato legittimo e un gruppo di terroristi., il FLN viene studiato come protagonista – con le sue azioni militari, gli atti contro i civili europei, le violenze e le sue contraddizioni – della guerra che condusse all’indipendenza dell’Algeria.
È questo precedente storico che rende legittima la convinzione
che Yahya Sinwar fra cinquant’anni verrà ricordato come l’uomo che avrebbe potuto lasciare Gaza e invece rimase nella Striscia fino a morire combattendo
“LA STORIA NON LI CHIAMERÀ TERRORISTI” non significa sostenere che chi combatte non abbia risposto all'oppressore anche con atti di terrorismo ma significa rifiutare l’idea che una parola pronunciata nel pieno di una guerra possa costituire da sola il giudizio definitivo della storia.
Le guerre finiscono, in genere con la cacciata del colonialista e dell'oppressore, le definizioni utilizzate durante i conflitti possono cambiare, I fatti, invece, rimangono.
Ed è sui fatti – tutti i fatti – che la Storia costruisce infine il proprio giudizio.
CIRCOLO LOGOS E CIVILTA'