L'IMPATTO ECONOMICO DELLE GUERRE DI ZIO SAM

Pubblicato il 4 ottobre 2026 alle ore 16:40

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di Filippo Bovo

 

Le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno gravemente colpito le reti logistiche e il commercio globale di energia e fertilizzanti. Ciò non costituisce un mistero per nessuno, senz'altro non adesso, a distanza di anni dall'inizio e mesi dall'ulteriore aggravamento. Ora, una vasta serie di paesi, naturalmente, patisce più di altri gli effetti di queste crisi, non fosse altro per le intrinseche fragilità delle loro economie: non soltanto quelli del Sudest asiatico, la cui crescita economica e produttiva s'è spesso basata sull'idea di un afflusso di risorse energetiche a basso costo assunta quasi a dogma, e che oggi non a caso stanno dimostrando un rinato dinamismo politico e diplomatico per individuare nuove vie di diversificazione; ma pure quelli dell'Africa Subsahariana, nei quali le ricadute del subitaneo stop della fornitura di energia e fertilizzanti sta già provocando dei gravi sconquassi sistemici.
Bisogna ricordarsi che la dipendenza dei paesi subsahariani dalle importazioni di granaglie e derrate alimentari è tanto massiccia quanto cronica: la piena autosufficienza alimentare, in numerosi casi, è semplicemente un miraggio. I costi di queste commodities sono oggi discretamente lievitati a livello internazionale, a causa del maggior costo dell'energia essenziale per alimentare le catene logistiche e i processi agricoli, della minor reperibilità dell'energia stessa, e così pure dei fertilizzanti che analogamente transitavano in buona misura tramite Hormuz e Bab el-Mandeb e la cui minor quantità ugualmente ha avuto rapidi impatti nella coltivazione dei cereali e di altri prodotti agricoli. L'aumento dell'indebitamento con l'estero accusato da vari paesi subsahariani, semplicemente per poter continuare ad importare prodotti nel frattempo divenuti più costosi, sta esponendo una coperta sempre più corta nelle loro capacità di tenuta a livello finanziario. Ancora mesi fa trenta delle 54 valute del Continente risultavano fortemente sotto stress per la sfiducia dei mercati internazionali nelle loro possibilità di gestire a lungo termine la grave congiuntura subentrata nel frattempo; da allora, quella situazione non è affatto migliorata.
Un prolungamento della combinazione di crisi in Ucraina e Medio Oriente può sottoporre questi paesi, subsahariani e nordafricani, a sconquassi molto maggiori di quelli che già si stanno notando in alcune aree del Continente. Le odierne recrudescenze geopolitiche nel Sahel e nel Corno d'Africa si legano dopotutto anche ad aspetti economici ed alimentari già fortemente visibili, ma sono ad ogni modo soltanto un antipasto di quel che potrebbe manifestarsi tra qualche mese, o prima. Solo nel caso dell'Etiopia, ad esempio, si paventa la prospettiva di una carestia potenzialmente grave quanto quella, di famigerata memoria, del 1984.
La guerra contro l'Iran ha spinto le banche centrali come la Fed a mantenere alti i tassi d'interesse, rendendo più caro l'accesso al capitale; gli investitori esteri sono pertanto divenuti più cauti verso i mercati emergenti, soprattutto quelli più fragili, facendo salire i tassi d'interesse richiesti sui titoli di Stato africani, col risultato di un maggior premio al rischio; mentre l'indebolimento delle valute ha reso ulteriormente più complesso il rimborso del debito, con accresciuti oneri per le già cagionevoli economie africane. I paesi importatori netti di energia come Kenya, Egitto, Etiopia o Sudafrica hanno subito i danni maggiori, tanto da costringerli a richiedere finanziamenti d'emergenza presso la Banca Mondiale; mentre i paesi esportatori netti di petrolio e materie prime come Nigeria ed Angola sono riusciti a circoscriverli, grazie alle maggiori entrate fiscali dovute all'aumento internazionale dei costi del greggio e delle materie prime, con relativi benefici anche per le loro politiche di compensazione delle pressioni finanziarie. Quanto oggi in corso ci ricorda che una serie di nazioni cammina sul filo del rasoio, e non per loro scelta.
Qua entrano in gioco i già più volte nominati fertilizzanti. Sebbene il loro consumo in Africa Subsahariana sia sempre stato piuttosto basso, oggi dinanzi all'aumento dei costi i piccoli produttori, che assicurano il 70% della produzione alimentare del Continente, ne hanno drasticamente ridotto l'uso. Ciò conduce però, secondo le stime della FAO, a drastici impatti nella produzione locale: ad un 10% di urea e fosfati in meno nei terreni, corrisponde un calo del 25% sui raccolti di colture di base come il grano, il riso o il mais. La sicurezza alimentare di almeno 100 milioni di persone, per le previsioni meno pessimistiche, è a quel punto a rischio. Poco fa parlavo dello spettro di possibili e future carestie: non sono del tutto improbabili, già se ne vedono i segni. Abbiamo ampiamente superato il periodo del raccolto per le colture seminate durante la scorsa primavera, e il risultato non è stato dei più convincenti né per qualità né per quantità.
Il blocco e l'aumento del costo del gas naturale, fondamentale per la produzione dell'urea, ha portato in poche settimane il suo prezzo a raddoppiare, da 400 ad 800 dollari la tonnellata: comprensibilmente, troppo fuori mercato per gran parte dei produttori agricoli africani, e non solo. Nel frattempo, il maggior costo delle derrate alimentari d'importazione porta, nei mercati locali, a sempre più gravi spinte inflattive, che annunciano futuri problemi a livello d'ordine pubblico: le fasce più povere della popolazione, dopotutto, già oggi spendono per il cibo gran parte del loro poco reddito, e quando ciò non sarà più possibile per più d'un governo inizieranno guai seri. Non a caso, nei paesi più fragili questa resa dei conti, come dicevamo, è già iniziata..
Il problema è ulteriormente enfatizzato da altri elementi come la sempre più elevata difficoltà per certi paesi a sostenere il peso dei sussidi statali per i fertilizzanti, che hanno sin qui erogato ai loro agricoltori proprio per favorire la produzione agricola. L'aumento dei prezzi internazionali ha fatto lievitare a dismisura questi costi fiscali, portando quei paesi ad indebitarsi ulteriormente non solo per l'acquisto delle derrate dall'estero, di cui sono in larga parte dipendenti, ma anche per continuare ad erogare quei sussidi. Paesi come Etiopia e Kenya, che hanno tradizionalmente puntato proprio su questo genere di politiche, sono oggi dinanzi alla difficile scelta tra continuare ad indebitarsi per continuare a sostenere i sussidi, o tagliarli privando i propri coltivatori del tutto o in parte privi di quel supporto.
In generale, che si tratti d'importare maggiori quantità di derrate alimentari rispetto allo scorso anno per compensare la diminuita produzione interna dell'anno attuale; o la medesima quantità di fertilizzanti dello scorso anno per assicurarsi il mantenimento delle quote produttive dell'anno precedente; per i paesi africani si tratta di spendere risorse più elevate rispetto al solito, visto che tanto i prezzi dei fertilizzanti quanto delle granaglie e dei prodotti alimentari è oggi decisamente molto più elevato di dodici mesi fa. Le valute locali accusano quella pressione, il loro valore cala e peggiora la crisi del debito estero. Settimane fa la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) ha stanziato 5,1 miliardi di dollari per aiutare i governi locali: temo, onestamente, troppo poco e troppo tardi.