AUX ARMES CITOYENS

Pubblicato il 14 ottobre 2026 alle ore 19:03

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Francia, una protesta contro l’austerità che attraversa profondamente la società.

In Francia, nelle ultime settimane, le mobilitazioni hanno coinvolto studenti, insegnanti, lavoratori dei servizi pubblici e altre categorie, dai vigili del fuoco ai pescatori. Le ragioni non sono identiche per tutti, ma convergono in una critica netta alle politiche di bilancio, dettate dall’Europa di Maastricht e di Bruxelles che impongono sacrifici a chi lavora e a chi dipende dai servizi pubblici, mentre proteggono i privilegi. È una protesta contro il modello neoliberale che presenta i tagli allo stato sociale come inevitabili, quando inevitabile non è affatto decidere chi debba pagare, è l’Europa di Maastricht che viene messa sotto accusa per l’ennesima volta, dalle masse popolari.

Gli studenti denunciano classi sovraffollate, carenza di insegnanti e strutture scolastiche inadeguate, I dipendenti pubblici protestano contro il blocco delle retribuzioni e la perdita di potere d’acquisto, I pescatori chiedono risposte ai costi che mettono a rischio la loro attività. Possono sembrare esigenze diverse ma tutte pongono la stessa domanda politica: perché il conto delle crisi e delle scelte economiche deve ricadere sempre su lavoratori, giovani, famiglie e territori?

Da anni, dal governo all’opposizione, compreso RN e PS, il dibattito viene incanalato verso la stessa falsa alternativa: comprimere la spesa sociale e i servizi, ridurre il numero dei dipendenti pubblici e chiedere nuovi sacrifici in nome della responsabilità. Cambiano i toni e le priorità dichiarate, ma il risultato rischia di essere identico: meno scuola, meno sanità, meno protezione, salari più deboli e maggiore precarietà. La protesta mette in discussione proprio questa pretesa di inevitabilità, non è il welfare a essere un lusso, è l’austerità a essere una scelta politica che colpisce soprattutto le fasce più deboli.

La favorita nei sondaggi delle prossime presidenziali, Marine Le Pen, dichiara che nel suo programma economico sono compresi tagli per 140 miliardi per rientrare in quei parametri europei che ha sempre contestato( 3% tra deficit e PIL che oggi in Francia è al 5,3%) ma questo a noi sembra un film già visto, le cosiddette destre sovraniste, una volta al governo, si trasformano in rigidi custodi dell’ortodossia Ue in materia di bilanci, come ha fatto Giorgia Meloni in Italia, continuatrice della politica economica di Super Mario Draghi.    

Di fronte all’ ampiezza del movimento delle piazze francesi, la stessa destra sovranista preferisce spostare l’attenzione dalle ragioni delle proteste alla presenza di giovani provenienti da famiglie immigrate, usandola per delegittimare il conflitto, in perfetto stile trumpiano che da Washington punta il dito su immigrazione ed Islam come cause della decadenza europea, la situazione attuale permette almeno di far cadere le residue maschere e di rendere chiaro a tutti per chi stiano lavorando i vari AFD in Germania, RN in Francia, FN in Italia, Vox in Spagna etc, etc.

Nessuno nega i problemi e le contraddizioni delle politiche di gestione dell’immigrazione da parte dei governi europei ma il tentativo delle destre più o meno americanizzate di innestare uno scontro su base etnico-religiosa, per mettere in secondo piano le lotte sociali o addirittura subordinarle ad obiettivi fumettistici come la Remigrazione è semplicemente da respingere e da rinviare al mittente, anche perché questa posizione non regge ad una semplice analisi dei fatti: l’origine delle persone presenti nelle manifestazioni non dimostra che le loro richieste siano infondate, né trasforma automaticamente una protesta sociale in un problema di ordine pubblico o ancora meno in uno scontro etnico razziale, la nuova arma di distrazione di massa dei cultori dello scontro orizzontale.

Gli episodi di violenza e i danneggiamenti sono stati piuttosto marginali e talvolta dovuti all’atteggiamento delle forze di polizia e non bastano certo ad affibbiare un’etichetta di casseur a centinaia di migliaia di persone o a cancellare le condizioni materiali della mobilitazione.

La criminalizzazione collettiva serve solo a evitare la domanda decisiva: chi trae vantaggio dai tagli e chi ne paga il prezzo?

La partecipazione di giovani di origini diverse è semplicemente espressione della realtà sociale francese, vivono nelle stesse periferie, frequentano le stesse scuole e subiscono precarietà, difficoltà economiche e carenze di servizi; anzi, sono spesso tra i primi a sperimentare gli effetti concreti dello smantellamento dello stato sociale.

Trattare la loro presenza come un’anomalia significa ignorare la composizione della Francia reale e sostituire l’analisi delle disuguaglianze con una inaccettabile “conventio ad excludendum” rivolto contro una parte della popolazione, tutto questo si può leggere sulle analisi di molti politici italiani e nelle pagine della galassia social leghista-vannaccciana-sovranista varia che fa un semplice esercizio di discriminazione su base etnico-religiosa, dimostrando di non essere altro dal ritratto impietoso che viene declinato da detrattori e critici di quest’area, egemonizzata, va ripetuto, dalle pulsioni Maga made in Washington.

Quando studenti, insegnanti, lavoratori pubblici e pescatori contestano politiche che comprimono redditi e servizi, il tema non è l’origine di chi scende in piazza, ma il modello economico e sociale che produce quel malcontento. Concentrarsi sulla presenza di giovani di origine immigrata, invece che sulle ragioni della protesta, rischia soltanto di dividere chi condivide problemi concreti e di sottrarre le scelte di bilancio alla discussione pubblica.

La protesta francese non va comunque idealizzata a prescindere, al suo interno convivono rivendicazioni, sensibilità e forme di partecipazione differenti ma proprio per questo merita di essere ascoltata e compresa, non ridotta a una questione identitaria o liquidata attraverso il comportamento di singoli gruppi. Il confronto dovrebbe partire dalle richieste: più risorse per la scuola, servizi pubblici funzionanti, salari adeguati, diritti sul lavoro e condizioni che permettano alle categorie in difficoltà di superare la fase più acuta della crisi del modello economico europeo, aggravato dall’aumento dei costi dei carburanti.

Se la risposta si limita, ancora una volta, a tagliare, privatizzare o trasferire sui cittadini il costo delle crisi, la rivolta si estenderà e auspichiamo che si allarghi anche all’Italia, dove le sofferenze deli ceti popolari hanno radici simili e si presenta semmai il problema della rappresentatività politica della protesta che in Francia sembra trovare ne La France Insoumise di J. L. Melenchon il vettore adatto per le proprie rivendicazioni, un contenitore politico che sta “di fianco” e non pretende di essere “davanti” ai movimenti delle piazze.

Si tratta di un argomento delicato e complesso che affronteremo in maniera più dettagliata in altri approfondimenti, il vento di cambiamento che viene dalla Francia può e deve accelerare una reale presa di coscienza collettiva anche in Italia, soprattutto se si tiene conto del fatto che i numeri delle mobilitazioni italiane sulla Palestina sono stati i più importanti di tutta l’Europa.   

La grande battaglia contro l’ulteriore riduzione dello stato sociale, unita a quella contro il sistema guerra che si alimenta anche con i tagli e le riduzioni del welfare rappresenta il collante per unire l’anelito verso il cambiamento che potrebbe finalmente unire le grandi masse popolari di tutta Europa.