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«Non saremo mai più ridicolonizzati».
Il durissimo discorso pronunciato all’Assemblea generale dell’ONU dal primo ministro del Niger, Ali Mahaman Lamine Zeine, pone una questione che riguarda direttamente anche l’Europa: quanto hanno pesato colonialismo, guerre, interventi militari stranieri e destabilizzazione sui fenomeni migratori africani?
Il Niger ha lanciato dall’ONU accuse precise e molto pesanti, secondo cui, dietro la destabilizzazione che colpisce il Niger e più in generale i Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel, opererebbero gruppi armati e terroristici sostenuti dall’esterno.
Nel suo intervento Zeine ha accusato esplicitamente la Francia di fornire informazioni, addestramento, finanziamenti ed equipaggiamenti a queste milizie con l’obiettivo di destabilizzare il Niger, nell’ambito dell’Alleanza degli Stati del Sahel sono state formulate accuse anche contro l’Ucraina per il ruolo attivo svolto in appoggio ai gruppi armati operanti nella regione.
Si tratta di accuse gravissime che mostrano fino a che punto, secondo la lettura dei nuovi governi del Sahel, la guerra in corso nella regione non sia considerata soltanto un conflitto interno contro milizie radicali islamiste, bensì anche uno scontro per la difesa della sovranità, verso ingerenze straniere di tipo neocoloniale.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda più ampia: quali conseguenze producono decenni di guerre e destabilizzazioni sulle popolazioni africane?
Quando parliamo di immigrazione pensiamo quasi esclusivamente a chi attraversa il Mediterraneo ma la prima conseguenza delle guerre africane è molto spesso un’altra: lo sfollamento interno.
Secondo l’UNHCR, nell’Africa occidentale e centrale, ad aprile 2025, si contavano 12,7 milioni di persone tra sfollati forzati e apolidi, ben 8,2 milioni erano sfollati all’interno del proprio Paese.
Una famiglia che fugge dalla guerra non arriva necessariamente in Europa, in prima battuta, può spostarsi inizialmente di poche centinaia di chilometri, perdendo però casa, terra, lavoro e reti sociali di protezione.
Milioni di sfollati, concentrati in aree già povere, esercitano a loro volta una pressione enorme su abitazioni, lavoro, servizi e risorse, in questo modo si genera una spirale perversa di sradicamento e nuova instabilità che genera ulteriori migrazioni, lo sfollamento interno può rappresentare la prima tappa di un processo migratorio molto più lungo.
Il caso della Libia dovrebbe avere insegnato qualcosa ai governi occidentali ma evidentemente non è così: nel 2011 la Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU autorizzò una no-fly zone e «tutte le misure necessarie» per proteggere i civili ma l’intervento della NATO andò ben oltre la semplice imposizione della no-fly zone e provocò la sconfitta delle forze di Gheddafi ed il suo assassinio; dopo Gheddafi, non nacque certo una nuova Libia stabile, già nel 2012 le Nazioni Unite documentavano le conseguenze regionali della crisi: armi provenienti dagli arsenali libici e combattenti armati si erano spostati verso il Sahel, aggravando una situazione già fragile dove si sono intrecciati negli anni successivi altri conflitti interni, azioni di milizie radicali islamiste, criminalità, povertà, problemi ambientali e interventi di diversi attori stranieri.
Tutto questo significa che non possiamo cancellare le conseguenze delle guerre e degli interventi militari quando discutiamo di migrazioni, una guerra distrugge abitazioni e infrastrutture, compromette l’agricoltura, allontana gli investimenti, interrompe l’istruzione e causa spesso lo spostamento di intere popolazioni.
OGNI CONFITTO PUO’ CREARE LA MIGRAZIONE ECONOMICA DI DOMANI.
L’Europa è alle prese con le conseguenze delle migrazioni precedenti e si trova a dover gestire i rimpatri dei clandestini e il rafforzamento delle frontiere, di fronte a nuovi possibili massicci arrivi ma il viaggio dei cosiddetti migranti può essere cominciato molti anni prima, quando una guerra ha costretto una famiglia ad abbandonare la propria casa.
Se vogliamo affrontare seriamente l’immigrazione dobbiamo quindi discutere anche delle sue cause: guerre, destabilizzazioni neocoloniali, povertà, controllo delle risorse e rapporti economici e politici tra Europa e Africa.
La domanda rimane quindi aperta:
QUANTE DELLE MIGRAZIONI CHE OGGI VOGLIAMO FERMARE SONO ANCHE LA CONSEGUENZA DELLE GUERRE E DELLE DESTABILIZZAZIONI ALLE QUALI L’OCCIDENTE HA PARTECIPATO E CHE TUTT’ORA STA FOMENTANDO?
Possiamo davvero pensare di fermarne le conseguenze senza rimuovere anche le cause?
ASSOCIAZIONE LOGOS E CIVILTA’