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di Filippo Bovo
Tornando al conflitto tra Stati Uniti e Iran (per quanto limitarsi solo a quello sia piuttosto riduttivo nel panorama mediorientale odierno; ma qui vogliamo concentrarci su questa precisa "fattispecie"), nelle ultime ore abbiamo visto alcune interessanti novità. Si dice spesso che Trump sia un giocatore di poker e l'Iran di scacchi, e il divario in effetti si nota. Laddove il primo agisce secondo improvvisazione, al contrario l'altro appare estremamente calcolatore. Di fatto, è come se Trump, ogni volta pensi d'avere la carta vincente per sbancare al gioco, si veda calare dall'Iran un altro, insospettato mazzo di carte: e a quel punto, a ritrovarsi in brache di tela, come guarda caso sta avvenendo, è un attimo.
All'81a Assemblea Generale dell'ONU, pur con duri scontri verbali e diplomatici reciproci, Stati Uniti e Iran sono riusciti a stabilire anche un provvisorio dialogo. Due rappresentanti americani giustamente poco graditi a Teheran, ma gli unici su cui l'amministrazione Trump voglia comunque continuare ad "investire", si sono incontrati con la parte iraniana: considerando i precedenti di questi "diplomatici" ben al di sotto delle aspettative, noti per coltivare altri interessi, è certo lecito non attendersi grandi prodigi. Ma in ogni caso un barlume di dialogo è stato avviato. Teheran rivendica il rispetto dei precedenti accordi e soprattutto dei loro contenuti, a cominciare dalla fine del blocco navale americano e lo sblocco dei fondi congelati; lo Stretto di Hormuz, per ragioni diverse e medesime al contempo, pesa per entrambi, iraniani ed americani. Non parliamo poi delle sanzioni e di tutto il resto: inutile ripetersi. Secondo Trump il contatto è andato molto bene, anche se poi ha minacciato l'annientamento nel caso un accordo non venga raggiunto.
Dopo, però, è arrivata la prima doccia fredda. Poiché già iniziavano a circolare voci d'ogni sorta e genere, come di un negoziato sul nucleare, da Teheran hanno fatto sapere che l'argomento era fuori discussione. Nuovi dettagli, tra l'altro già prima in parte disponibili, hanno meglio contestualizzato i negoziati tra Stati Uniti e Iran: non tre fruttuose ore, come inizialmente descritto, ma contatti indiretti, con l'ausilio di mediatori come il Qatar, già visto in occasione degli incontri di Islamabad. E l'Iran aveva non proposto, ma ribadito, tre punti fermi, in mancanza dei quali sarebbe stato impossibile andar oltre: la rimozione di tutti i blocchi e sanzioni, lo scongelamento dei fondi all'estero e la fine della guerra su ogni fronte (Libano, ma non solo: la leva negoziale iraniana è nel frattempo cresciuta, e quindi anche Yemen e Palestina sono "compresi nel prezzo"). Soltanto a quel punto Stati Uniti e Iran sarebbero passati al precedente MoU, con lo sviluppo di tutti gli altri ulteriori termini. Dunque, non proprio ciò che Trump e i suoi avevano descritto, per quanto ormai la loro comunicazione desti poche sorprese: il déjà vu è di rito. Quanto al nucleare, è un tema ormai fuori dai tavoli: a Teheran non si discute più se farlo o non farlo, ma dove e quando. L'aggressione subita a partire dal 28 febbraio ha sciolto le ultime, vecchie riserve.
Dunque, le discussioni tecniche ci sono state: nessuno le nega. Ma siamo ben lontani dalle premesse (e promesse) trionfali annunciate in principio. Al contrario, per l'amministrazione Trump è senz'altro un frustrante "eterno ritorno", un altro dejà vu di rito. Non a caso, a mercati chiusi gli Stati Uniti hanno rifiutato la proposta negoziale avanzata da Teheran, compiendo un autogol diplomatico proprio a netto favore della controparte iraniana. E' un altro segno del vuoto di strategia che caratterizza un'amministrazione, dalla Casa Bianca ai vertici del Pentagono, dove nel frattempo si profila la rivolta dei militari: mancano i mezzi, militarmente parlando, per respingere un accordo e ricominciare le ostilità, men che meno l'annientamento dell'Iran; ma nel frattempo lo si vuol fare, rincorrendo una politica d'insperati successi elettorali all'ultimo minuto, con un ancor più insperato sblocco d'imperio e a proprio favore di una situazione ad oggi, per Washington, insanabile.
Di fronte ad una proposta iraniana presto giudicata inaccettabile, l'amministrazione Trump non vede altra via dalla guerra. Proprio quella proposta, tuttavia, è una trappola: in fondo, non c'è una sola anima, in Iran, che creda oggi nella capacità americana di sedersi al tavolo delle trattative per affrontarne costruttivamente e in buona fede i termini. A Teheran, proporre un negoziato serve a dimostrare la propria buona volontà nel sanare diplomaticamente una grave aggressione di cui oltretutto è stata vittima, con tutto ciò che ha generato, dal blocco di Hormuz all'allargamento del conflitto. Di fronte al prevedibile (ed infatti avvenuto) rifiuto americano, l'Iran appare così ancor più dalla parte della ragione e con un maggior sostegno internazionale. Si parlava, un tempo, d'aggressori ed aggrediti...