Il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth e lo stesso Presidente Trump stanno cercando di far passare presso l’opinione pubblica statunitense il racconto dello Stretto di Hormuz ormai aperto e saldamente sotto il controllo della propria Marina, alcuni funzionari dell’Amministrazione americana hanno dichiarato che 30 navi transitano dallo Stretto, ovviamente sulle rotte da loro designate e hanno addirittura ipotizzato un passaggio di 18 milioni di barili di petrolio nella giornata d martedì 1 settembre.
La realtà sembra ben diversa, testimoniata da due elementi chiave:
- I prezzi del greggio che restano inchiodati a 95$/barile (valore Brent), cosi come i prezzi dei carburanti che scontano anche la penuria di gasolio e le difficoltà di trasformare il petrolio in prodotto finito, difficoltà legate ad Hormuz ma anche alla riduzione delle esportazioni russe e alla tensione sulle scorte occidentali. Prima della guerra, il valore del differenziale greggio/prodotto raffinati, il cosiddetto Crack Spread era di +27$/barile, oggi è intorno a+ 95/10 $/barile, il costo del differenziale è praticamente quadruplicato, questa di fatto causa un secondo shock energetico, quello appunto dei prodotti raffinati, per i motivi sopra elencati. Diesel e benzina, quindi, rischiano di restare eccezionalmente cari, anche in presenza di un eventuale calo del Brent.
- La situazione del traffico di Hormuz, lontanissimo dal tronare alla normalità del pre-guerra.
Le due immagini rappresentano graficamente la differenza tra il traffico navale precedente alla guerra e la situazione attuale nello Stretto di Hormuz.
Prima del conflitto transitavano mediamente circa 125 grandi navi commerciali al giorno. Il traffico attuale risulta invece drasticamente ridotto.
Secondo gli ultimi dati disponibili, Kpler (Società internazionale di intelligence e analisi dati) ha rilevato il 3 settembre soltanto 4 navi commerciali legate alle commodity, contro 9 il giorno precedente e una media di circa 15 negli ultimi dieci giorni. I rilevamenti AIS possono tuttavia sottostimare il traffico effettivo, perché alcune navi attraversano l'area con il transponder spento, ovviamente può trattarsi anche di petroliere iraniane che cercano di sfuggire al tracciamento dei sistemi radar statunitensi.
Siamo lontanissimi dalle cifre fornite dall’amministrazione statunitense che cerca disperatamente di minimizzare il fallimento clamoroso della sua strategia in Asia Occidentale, dove sta dimostrando tutti i limiti di una “superpotenza” che dovrebbe garantire stabilità e sicurezza per gli alleati, esposti invece alla più che giustificata rappresaglia iraniana e che non riesce ad arginare gli effetti dei propri errori che stanno causando “la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale” (definizione dell’IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia) e una probabile recessione globale.
Fabio De Maio