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di Hansy Lumen
Domani sarò in piazza e da qualche parte ci sarà anche mia figlia. E sì, lo so che cosa significa oggi andare a una manifestazione. Significa guardare dove sono le uscite. Osservare i cordoni della polizia. Cercare di capire quando la tensione sta salendo e che ci si può ritrovare intrappolati nella “tenaglia” anche senza aver fatto nulla. Nelle ultime manifestazioni il rischio di finire schiacciati in una situazione che non hai scelto era davvero reale. A mia figlia ho insegnato che se parte una carica, deve alzare entrambe le mani. A uscire dalla nube dei lacrimogeni e a non strofinarsi gli occhi e il viso. A evitare i passaggi stretti, i vicoli ciechi e gli spazi fra una barriera e un muro Ma c'è una cosa che non le voglio insegnare: che quando esercitare un diritto diventa pericoloso, la soluzione è rinunciarci. Non sono un eroe anzi avrò paura. Ma non voglio che cresca pensando che la paura è una forma di obbedienza e che per esercitare pacificamente un diritto costituzionale devi mettere in conto le manganellate. Non voglio che impari a considerare normale tutto questo. La paura è legittima. La prudenza è necessaria. Ma la rinuncia non deve essere obbligatoria. Il diritto di manifestare non appartiene ai più coraggiosi, ai più giovani o ai più incoscienti. Appartiene a tutti. Domani non sarò in piazza perché mi sento invulnerabile ci sarò perchè sono vulnerabile. Perché ho molto da perdere. Perché ho persone da amare e soprattutto il futuro di mia figlia da difendere. E non devo chiedere a nessuno il permesso di farlo. Ci si vede lì.