LA MILITARIZZAZIONE DEL COMMERCIO ENERGETICO

Pubblicato il 20 settembre 2026 alle ore 19:18

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di Filippo Bovo

 

A giudicare dalle continue novità che vanno susseguendosi, la mia impressione è che gli Stati Uniti stiano sempre più militarizzando il commercio globale d'energia. Il Graham Act (così intitolato in memoria del noto Senatore Lindsey Graham, recentemente scomparso in circostanze peraltro piuttosto misteriose), approvato al Senato lo scorso 7 luglio e alla Camera dei Rappresentanti oggi, concede infatti alla Casa Bianca poteri tariffari fino al 100%, verso ogni paese che acquisti greggio, GNL o gas da gasdotto dalla Russia. In un momento come l'attuale, dove il Medio Oriente è in fiamme e i produttori regionali non sono più in grado di veicolare energia ai loro clienti, il potenziale ricattatorio di una simile misura non passa inosservato. Tutti i paesi che importano energia possono ritrovarsi a scontare dazi fino al 100% sui loro prodotti esportati, con pressioni dirette soprattutto a India e Cina; non a caso, da New Delhi hanno già fatto sapere che tale provvedimento può seriamente minare i rapporti con Washington.
E' pure una guerra ai consumatori americani, che in ultima istanza sono coloro che si trovano a pagare il peso di quei dazi nel prezzo finale, e che già oggi devono fare i conti con una congiuntura non proprio rasserenante. Si pensi ad esempio al costo del carburante al gallone (oggi saldamente sopra i 4 dollari al gallone, gasolio o benzina che sia) o al razionamento dei lubrificanti annunciato dal colosso commerciale CostCo (un fatto eclatante, per una catena che è la seconda più grande al mondo, sin qui basata sulle vendite in quantitativi illimitati; e con prospettive poco incoraggianti per la manutenzione dei mezzi di trasporto, ecc), o ancora all'inflazione e alla riduzione del potere d'acquisto.
Ma non è un problema solo per indiani e cinesi, che peraltro già in tempi non sospetti hanno fatto capire quale sia il loro punto di vista e, soprattutto, da che parte stare dinanzi a questo americano "o con noi o contro di noi". Il problema riguarda anche altri, ad esempio gli alleati europei che, a causa del blocco di forniture dal Qatar (a cui s'aggiunge ora quello saudita, annunciato da Aramco a seguito degli attacchi soprattutto ai complessi petroliferi di Yanbu e all'Oleodotto Est-Ovest, mentre la Libia conosce a sua volta nuovi blocchi interni per questioni interne) sono alle prese con riserve strategiche seriamente intaccate. Al momento, l'UE sta facendo una corsa contro il tempo per riempire quelle di gas (oggi intorno ad una media del 69%, con variazioni dall'83% dell'Italia al 53% della Germania, dove per giunta la stagione fredda comincia prima), anche se l'obiettivo di riempirle entro il 30 settembre è già dato per perso, mentre quelle di petrolio sono analogamente sotto forte pressioni soprattutto per quanto riguarda il gasolio e il carburante aeronautico.
Nel mirino di Washington c'è anche l'Arabia Saudita che, nella congiuntura geopolitica attuale, si trova in una situazione paradossale: da primo produttore mondiale di greggio, è oggi fortemente dipendente dai prodotti petroliferi russi per evitare che le turbolenze regionali interrompano i suoi servizi interni. Se in passato Riyad, approfittando delle sanzioni, comprava a prezzo di saldo da Mosca molto gasolio e olio combustibile soprattutto per alimentare la propria rete elettrica e così devolvere tutte il suo petrolio alle esportazioni, oggi invece quel prodotto russo "di scarto" è l'architrave della sua sopravvivenza. Non c'è possibilità d'esportare per lungo tempo e gli impianti, danneggiati dagli attacchi subiti, sono destinati a restar fermi per un bel po', anche per destinare il prodotto estratto ad eventuali usi interni. Così Riyad, che ha già patito danni economici colossali, si trova a scontare anche il rischio di una nuova tegola da un "alleato" a cui aveva appena inoltrato una (in ogni caso irrealizzabile, visti i livelli dell'arsenale americano, l'andamento del conflitto e i precedenti storici come l'operazione Rough Rider del 2025) richiesta di "soccorso" dagli attacchi di Ansar Allah.
Insieme alle "illuminate" e "lungimiranti" misure di Scott Bessent nei confronti di Teheran (suppongo si sia colta l'ironia...), il Graham Act pare un altro buon modo di Washington di dire a tutti, alleati e rivali, amici e nemici, che è "l'ora d'andarsene". Perché è così che verrà preso questo invito, questo aut aut: come un "o con noi o contro di noi" a cui molti risponderanno con un "ce ne andiamo subito". Non è mai il caso di lanciare certe minacce, quando non s'ha più il coltello dalla parte del manico.