La propaganda di guerra ha sempre costituto un elemento fondamentale nei conflitti, sia nella sua proiezione esterna che in quella interna, diretta all’opinione pubblica della nazione belligerante.
Se è vero che l’aggressione militare contro l’Iran, iniziata con la guerra dei 12 giorni del giugno 2025 e reiterata dal 28 febbraio 2026, costituisce una battaglia esistenziale per l’Iran, è altrettanto vero che per gli Usa e, in particolare, per l’amministrazione Trump, si tratta di una guerra di fondamentale importanza per i risvolti assunti, con il blocco parziale dello Stretto di Hormuz che ha un impatto globale sull’economia di ¾ del pianeta.
Gli Usa vivono una fase molto complicata della propria economia, il debito è salito oltre i 40.000 miliardi di dollari e la spesa per interessi nel 2026, si aggirerà intorno alla somma astronomica di 1200 miliardi, cifra che rappresenterebbe la prima voce nel bilancio federale, se nel frattempo l’amministrazione Trump non avesse deciso di portare le spese militari a 1500 miliardi, mettendo quindi sul podio delle spese proprio la voce armi ed armamenti.
Le aste dei titoli trentennali si concludono pagando interessi intorno al 5,3% e non sembra che la decisione quasi “simbolica” del Tesoro americano di riacquistare titoli in scadenza, il cosiddetto buyback, per cancellarli in seguito, abbia cambiato un granché nella percezione degli investitori internazionali. Del resto, la quota di titoli che la Fed acquista direttamente nelle aste è sempre in crescita e recentemente gli Usa hanno concesso agli Emirati, in evidente difficoltà finanziaria a causa delle devastazioni della guerra una linea di liquidità immediata in dollari, garantiti dai titoli posseduti dall’Emirato, per evitare una vendita massiccia dei titoli del debito stesso.
In questo contesto, il braccio di ferro tra Usa ed Iran ha diverse valenze per l’amministrazione Trump:
-disinnescare il rischio recessivo globale, causato dall’aumento dei prezzi del petrolio e di tutti i costi correlati, da quelli dei prodotti raffinati alla logistica etc etc
-scongiurare un ulteriore aumento dell’inflazione che penalizza già pesantemente il consumatore americano, a causa della strozzatura sull’insieme delle merci che transitano da Hormuz e anche da Bab El Mandeb, il cui traffico è attualmente ridotto de 50% rispetto al periodo pre-guerra.
-dare un segnale ai mercati e agli investitori internazionali di essere tutt’ora l’unica superpotenza militare, in grado di gestire e risolvere una crisi internazionale, ancorché creata da loro stessi. In particolare, il segnale dovrebbe essere diretto agli alleati del Golfo che scontano le conseguenze della guerra stessa e che si stanno interrogando sull’interesse di continuare a seguire la linea dell’alleanza con gli Usa, sia sul piano militare che su quello economico finanziario.
La boutade di Trump che, rispondendo ai giornalisti sulle modalità di contenere l’inflazione, ha elencato anche la via militare tra le opzioni possibili, questa volta forse non è una semplice rodomontata ma un segnale abbastanza preciso: per supportare la nostra economia ogni mezzo è lecito (Venezuela docet).
In breve, sintesi, abbiamo elencato le ragioni principali della “ iper comunicazione” statunitense su Hormuz, dagli annunci che lo Stretto è “libero ai proclami quasi mistici dell’oro nero che sgorga ormai a fiotti al la proclamazione del controllo militare totale sullo Stretto.
La realtà è rappresentata dalle cronache di questi giorni, con l’Iran che ha risposto colpo su colpo agli attacchi alle proprie petroliere e ai tentativi della flotta americana di indicare la rotta a navi che avevano deciso di proseguire senza contattare la Marina iraniana; per la prima volta, l’Iran ha lanciato diversi missili balistici verso il dispositivo navale statunitense che opera a centinaia di miglia dalla costa, provocandone un ulteriore arretramento, a riprova del fatto che la minaccia dell’IRGC è tutt’altro che ininfluente per il dispositivo miliare Usa.
Le dichiarazioni delle autorità civili e militari iraniane sono state uniformi nei toni e nella sostanza, promettendo attacchi preventivi per disinnescare qualsiasi minaccia nemica, a riprova del fatto che si è entrati in una nuova fase del conflitto.
Le tabelle che pubblichiamo sintetizzano le quantità reali di petrolio che stanno uscendo da Hormuz, siamo molto lontani dai proclami statunitensi (in rosso nella tabella di sinistra) e più in generale la realtà del traffico commerciale antecedente al 28 02 2026 che si è ridotto quasi del 90%, rispetto al livello attuale; in queste condizioni, l’obiettivo Usa prima descritto di risolvere il problema Hormuz, diventa sempre più lontano e difficile da raggiungere, come del resto è diventato impossibile pensare ad un annuncio unilaterale di vittoria che le viste le condizioni reali sopra descritte.
FABIO DE MAIO
LOGOS E CIVILTA’